RUBRICA: L’EMERITO

Gianfranco Porcelli rubrica

a cura di Gianfranco Porcelli

L’emerito… in che senso?

Il titolo di emerito spetta ai pensionati che hanno concluso la loro carriera di lavoro a certi livelli. Ad esempio, il “Presidente Emerito della Corte Costituzionale / del Consiglio Superiore della Magistratura”; si usa anche “Professore emerito” per certi ex-docenti universitari di prima fascia. Nella lingua comune, invece, l’aggettivo è usato ironicamente in frasi del tipo “il tale è un emerito imbecille.” Io sono un pensionato ex professore ordinario ma tecnicamente non mi compete il titolo di “emerito” nel primo senso. Se mi competa nel secondo senso, starà ai lettori giudicare.

L’ho proposto come titolo di questa rubrica per sottolineare che: sono anziano; non sono più in attività; non rivesto più cariche elettive e direttive in seno all’ANILS, anche se faccio tuttora parte del “gruppo degli esperti”; esprimo quindi pareri personali di cui mi assumo la sola e piena responsabilità, e che non rappresentano necessariamente il punto di vista dell’ANILS.

Ho percorso l’itinerario scolastico tre volte: come studente, dalla seconda elementare alla laurea; come insegnante, dalla seconda elementare al post-laurea (SSIS e Dottorato di ricerca); come padre di tre figlie, dalla scuola dell’infanzia alla specializzazione post-laurea. In tutti e tre i casi, ho studiato, lavorato e scelto per le figlie prevalentemente scuole e università statali, ma mi sono laureato e, dopo un lungo intervallo, ho lavorato per parecchi anni all’Università Cattolica. Per ora, questo basta e avanza per descrivermi. Chi vuole, trova il mio CV nel sito www.gporcelli.it (assieme a un buon numero di mie pubblicazioni e di materiali vari) e il racconto di alcune esperienze nel blog https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com.

Quali temi per questa rubrica?

Le lingue e le culture-civiltà straniere, con particolare riguardo all’anglofonia; l’educazione linguistica e la didattica delle lingue moderne. Come dire: tutto ciò di cui si occupano specificamente l’ANILS e Scuola e Lingue Moderne. Non sono un tuttologo ma non mi sono mai piaciute le etichette che di volta mi sono trovato appiccicato: “quello del Language Testing”; “quello della didattica delle lingue assistita da computer”; “quello della ‘pediatria glottodidattica’”; “quello del Lexical approach”… È vero che ho sviluppato alcuni argomenti più di altri, ma credo di essere solo un glottodidatta, che ha cercato di non perdere di vista la materia nel suo insieme e di darne resoconti ad ampio raggio.

E se da un lato sto raccogliendo ricordi e materiali per dare testimonianza di “come eravamo” nel nostro settore disciplinare negli anni ’60 e ’70, dall’altro lato la mia attenzione è rivolta alla scuola di oggi e di domani – dimenticavo di dire che come nonno sono arrivato alla terza elementare e mi importano soprattutto l’educazione e l’istruzione che i miei nipoti potranno ricevere nella scuola pubblica (statale e non) italiana. Non solo nel settore delle lingue straniere.

In questi giorni il Corriere della Sera sta pubblicando inchieste sugli insegnanti che eludono gli obblighi di servizio, sulla discontinuità didattica causata dalle immissioni nei ruoli – e in particolare sul ricambio che va a danneggiare gli scolari che hanno bisogno di sostegno, ecc. Ecco, devo avvisarvi che di fronte a questi problemi non riconosco i “diritti acquisiti” dei professori ma solo il “diritto sociale” degli studenti a una scuola che sia la migliore ragionevolmente possibile. La scuola serve per produrre cultura, non per erogare stipendi.

Ho sempre lavorato con persone meravigliose, dedite a fare “buona scuola” da ben prima che diventasse uno slogan politico (a proposito, non ho mai avuto la tessera di nessun partito e vi prego di non interpretare nulla di quello che scrivo come direttamente collegato a qualche fazione politica). Accanto a loro ho conosciuto persone che mi sono vergognato di dovere chiamare “colleghi” – un paio di loro sono anche stati condannati penalmente per comportamenti indegni. Mi ha indignato il fatto che da parte di tanti, che pure li riconoscevano colpevoli, ci fosse il tentativo di una difesa corporativa della categoria. In altri casi, il comportamento non era certo così grave – penso a quella professoressa di mia figlia che sarebbe stata una brava insegnante: assidua, equilibrata, ecc., se soltanto avesse saputo l’inglese, la lingua in cui si era laureata (chissà come e dove – ma questo è un altro discorso) e che era retribuita per insegnare. Mi fece pena la preside che di fronte alla contestazione di clamorosi errori mi rispose “l’inglese si può pronunciare in vari modi.”

Una cosa che mi ha dato sempre fastidio è che alcuni discorsi importanti siano lasciati cadere. Mi sta benissimo che si dedichi tanta attenzione alla “flipped classroom”: uno dei primi interventi in materia risale al Seminario nazionale ANILS di Milano (9-10.11.2012) e da allora ne seguo gli sviluppi con interesse. Ma perché non si parla più di CLIL? Sta dando i risultati sperati? C’è un monitoraggio sistematico? O ci sono difficoltà e occorrono correttivi? O anche: davvero iniziare con l’inglese nella scuola primaria o addirittura in quella dell’infanzia sta dando risultati migliori agli esami di licenza media?

Credo di avere formulato un numero sufficiente di spunti per un dibattito con gli utenti  su questo sito. Altri argomenti li sceglierete voi sulla base delle esperienze che state vivendo.

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