Erasmus

a cura di Gianfranco Porcelli

In questi giorni fitti di rievocazioni, molti media sono alla ricerca di dati positivi che illustrino l’importanza dell’esperienza europea. Il Progetto Erasmus emerge come quello che più di altri ha fatto breccia nella coscienza collettiva: ha coinvolto moltissimi studenti, corrodendo il provincialismo che pretendeva che si potessero e dovessero compiere gli studi universitari nella propria città, e tramite gli studenti è entrato nella coscienza delle loro famiglie.
Agli inizi, in Italia avevamo i semestri solo in pochi corsi di laurea; altrimenti ci si basava ovunque sull’anno accademico. Da noi (e, per il vero, in molti altri Paesi) non esistevano le unità e i crediti formativi con i quali quantificare il “peso” di un certo corso e relativo esame. C’erano forti resistenze ad accettare i voti assegnati da Facoltà diverse dalla propria.
Per anni, un buon numero di docenti, in rappresentanza dei rispettivi Atenei, hanno dedicato i weekend a incontri preparatori presso la propria università o in quelle straniere, per realizzare i programmi di cooperazione interuniversitaria superando una serie di ostacoli che ora è difficile immaginare.
Concedetemi un piccolo atto di vanità: tra quei docenti c’ero anch’io.