Nei giorni nei quali scriviamo questo editoriale il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato il decreto n. 29 del 19 febbraio 2026, che contiene la definizione degli indirizzi, delle articolazioni, dei quadri orari e dei risultati di apprendimento per gli istituti tecnici.
Non intendiamo entrare nel merito complessivo della riforma, ma soffermarci su quanto previsto per gli insegnamenti delle lingue straniere, che appaiono drasticamente ridotti sia al biennio che al triennio.
In particolare, salta all’occhio la riduzione del monte ore di seconda e terza lingua comunitaria, evidente nello specifico nel settore economico.
L’impatto di queste scelte coinvolge gli studenti durante il loro percorso formativo a scuola, ma avrà ricadute anche nel momento in cui i ragazzi diplomati dovranno entrare nel mondo del lavoro; coinvolge i docenti di lingue straniere – tra i quali soprattutto quelli di francese, tedesco, spagnolo – che vedranno un drastico taglio delle loro cattedre; coinvolge le istituzioni scolastiche che avranno meno possibilità di attivare progetti che ampliano l’offerta formativa delle scuole quali Erasmus e Vet, che solitamente sono seguiti e organizzati dai docenti di lingue.
Non riteniamo sia una soluzione sufficiente delegare alle singole istituzioni scolastiche la decisione di utilizzare una parte della quota di autonomia per far rientrare dalla finestra le ore di lingue straniere uscite dalla porta; troppe variabili locali, troppi interessi di parte, giustamente difesi da chi è coinvolto in prima persona (per esempio: potenziamo il tedesco o la geografia, altra materia penalizzata dalla riforma?) portano soltanto ad una guerra tra poveri nella quale le istituzioni centrali non si fanno coinvolgere.
Oltre al piano organizzativo e pratico, la questione è preoccupante soprattutto dal punto di vista culturale, politico, scientifico, economico.
Che politica linguistica c’è a monte di queste scelte? A noi pare che siano frutto di una miopia che impedisce di vedere il ruolo fondamentale delle competenze plurilingui nella competizione in ambito professionale e nella possibilità di esercitare la cittadinanza attiva in un mondo nel quale le frontiere sono sempre più labili e le persone sempre più interconnesse.
Il plurilinguismo non può ridursi ad una scelta per pochi – coloro che potranno permettersi di studiare le lingue fuori dalla scuola – relegando gli altri giovani diplomati a non poter essere competitivi in un mercato del lavoro necessariamente globalizzato e senza frontiere, e a non possedere fondamentali capacità di relazionarsi a livello internazionale. Eliminare le lingue straniere negli istituti tecnici e aumentare la flessibilità del curricolo perché possa essere adattato anche in base alle richieste produttive di ciascun territorio dimostra un provincialismo anacronistico che impedisce alla scuola di avere una visione glocal, in grado di concentrarsi contemporaneamente sulla dimensione locale ma anche su quella globale.
Dal punto di vista scientifico, sembra che le ormai pluridecennali conferme della ricerca sui vantaggi del plurilinguismo vengano ignorate: brevemente ricordiamo come il plurilinguismo offra vantaggi cognitivi e culturali, tra cui una maggiore plasticità cerebrale, una più profonda apertura interculturale, una maggiore sensibilità metalinguistica e una migliore capacità di problem solving, e come la giovane età di acquisizione delle lingue potenzi questi e altri vantaggi.
L’esito di questa riforma, rispetto al curricolo linguistico, sembra portare verso un monolinguismo di ritorno in italiano (con una spolverata di inglese lingua franca che sta bene su tutto), controcorrente nei confronti delle indicazioni educative e delle politiche europee e internazionali, penalizzante per il futuro dei ragazzi.
È una linea di indirizzo che avevamo evidenziato già nelle Indicazioni Nazionali 2025, e contestato attraverso il lavoro, i documenti, gli eventi degli Stati Generali per l’Educazione Linguistica e Letteraria ai quali abbiamo aderito.
Anils, quindi, fa sue le preoccupazioni e le motivazioni dei docenti di lingue – non soltanto di quelli che insegnano negli istituti tecnici, ma di tutti coloro che si riconoscono in una scuola plurilingue e aperta alla dimensione internazionale.
ANILS ribadisce che la competenza linguistica non è un accessorio, ma una competenza essenziale e chiede che la presenza e il ruolo delle seconde lingue vengano preservati per garantire agli studenti un percorso formativo completo e un futuro senza frontiere.
Maria Cecilia Luise

Concordo pienamente.
Fiera insegnante di francese.
Il taglio delle seconde e terze lingue (tedesco, francese,spagnolo) esprime ottusità culturale, come a dire: basta l’inglese per capire la complessità, la bellezza del mondo! Stiamo andando verso un’omologazione, un impoverimento culturale. Da una docente di inglese.